Come Scrivere i Dialoghi

[Questa è la decima lezione vera e propria del Corso Base di Scrittura: se hai perso l'introduzione al Corso Base di Scrittura e Sceneggiatura, ti consiglio caldamente di leggerla!]

 

Come accennato all’inizio del manuale, mi aspetto che tu sappia come sono fatti i dialoghi in un romanzo, il tipico discorso diretto in cui le battute dei personaggi sono riportate parola per parola, introdotte o circondate tipicamente da dei segni grafici come la lineetta (– Bla.), le virgolette caporali («Bla bla.») o le virgolette alte (“Bla bla.”). In Italia le più utilizzate sono le virgolette caporali, mentre nel mercato anglosassone si usano al loro posto le virgolette alte.

Quali utilizzare di questi segni e come gestire la punteggiatura di chiusura delle battute dipende da editore a editore, e spesso ogni collana di un dato editore può avere standard diversi (puoi vederlo facilmente verificando opere di diverse collane della Mondadori). Non è raro nemmeno che le opere di una stessa collana adottino di volta in volta standard differenti, e non ci vedo nulla di male.

Io consiglio un metodo per gestire la punteggiatura che secondo me è quello perfetto per scrivere al meglio perché evita degli errori di scrittura permessi da altri standard: troverai nel Corso Avanzato il mio metodo semplice per gestire i dialoghi. Se vuoi vedere i vari standard di punteggiatura dei diversi editori, ti ho messo un PDF dedicato nella pagina coi link e gli approfondimenti.

Nella prima lezione sul Filtro del Personaggio fa abbiamo parlato anche del discorso indiretto e ti ho spiegato perché non va utilizzato. Inutile discutere di come si realizzino cose che in ogni caso non devi fare perché sono sbagliate. In questa lezione del Corso Base ci dedicheremo solo a cose concrete che davvero possono aiutarti a gestire meglio i dialoghi.

Cominciamo con i dialogue tag, ovvero quei verbi come disse, ribatté, urlò ecc. che di norma si impiegano per far capire chi parla e come pronuncia la battuta. La regola è semplice: usane il meno possibile perché sono forme di Raccontato.

Al posto dei dialogue tag vanno utilizzati maggiormente i beat, ovvero i piccoli gesti dei personaggi tra una battuta e l’altra per indicare chi parla quando la cosa non è evidente, e per aggiungere dinamismo e verosimiglianza al tutto. Attenzione, la definizione di beat varia di manuale in manuale: in questo caso lo sto usando solo nel significato indicato prima, non in altri.

Conserva le indicazioni col dialogue tag solo per quando ne hai proprio bisogno o quando sono utili a dare dettagli concreti. Sussurrare, urlare, sbraitare, abbaiare ecc. vanno bene, sono concreti, richiamano qualcosa di percepibile. Ribattere, concludere, sottolineare ecc. fanno schifo, raccontano ciò che è ovvio dalla battuta stessa.

Anche “rispondere” è problematico: se il personaggio risponde a una domanda è ovvio che stia rispondendo. Si può conservare per quei casi disperati in cui si è già abusato dei “disse” e per qualche motivo non è possibile usare un beat. Il meno problematico, se proprio bisogna usare un dialogue tag generico, rimane sempre il buon vecchio verbo “dire” (“disse”, “dice”, “dico”).

“Domandare” lo puoi conservare per i casi in cui ti servirebbe un “disse/dice”, ma non vuoi usarlo perché il tono della frase è interrogativo (“disse” non è interrogativo, di per sé, per cui risulta discordante con la do­manda) allora “domandò/chiese” risulta neutrale a sufficienza. L’ideale, comunque, è avere bisogno il meno possibile dei dialogue tag.

Esempio di pessimo dialogo:

«Vai dentro!» gridò Roberto a Mario.
«No! Resto qui a coprirti!» rispose questi.

Davvero se qualcuno dice qualcosa in risposta a un altro c’è bisogno di specificare che è in risposta? Non è evidente? E quel “questi” per timore di ripetere Mario? Meglio usare un beat e quando Roberto grida è ovvio dal contesto della scena (che non riporto) che si stia rivolgendo a Mario e non a un altro personaggio, per cui non serve dirlo.

«Vai dentro!» gridò Roberto.
«No!» Mario piantò un piede sulla pancia del cinese e gli strappò il coltello dal costato. «Resto qui a coprirti!»

Bisogna stare attenti anche alle battute con troppi punti esclamativi o che suonano un po’ fasulle. Il tono esclamativo del dialogo andrebbe suggerito dal contesto, dai beat e dalle battute, e il punto esclamativo andrebbe distribuito con cura per dare forte enfasi a momenti particolari della battuta. Guarda questo schifo:

«Alberto! È giunto il momento di agire! Non esitare! Questi non sono i tuoi libri, i tuoi esperimenti, questa è la guerra! Volevi fare la tua parte, no? È il tuo momento! Rispondi! È tutto chiaro?»

Può diventare (mantenendo l’enfasi con l’uso del nome proprio nella battuta):

«Alberto, è giunto il momento di agire!» Ruggero lo afferrò per le spalle e gli piantò lo sguardo negli occhi. «Volevi fare la tua parte? È il tuo momento!»

Guardiamo come migliorare questa:

«Cominciamo,» disse allora Ruggero, e si avvicinò al braciere posto al centro del tracciato di gesso.

Possiamo togliere il “disse” senza dover aggiungere alcun beat, passando subito all’azione svolta dallo stesso personaggio che ha detto la battuta:

«Cominciamo.»
Ruggero si avvicinò al braciere al centro del tracciato di gesso.

Nel caso del fantasy o della fantascienza bisogna stare attenti quando i personaggi comunicano telepaticamente. È meglio separare sempre le battute ed evitare il flusso di coscienza perché non aggiunge nulla alla lettura se non confusione. Lo so che il flusso indistinto vorrebbe avere un effetto del tipo “è tutto nella stessa mente”, ma si ottiene solo un casino schifoso:

Salvatore, ci sei? Ti sento. Dove ti trovi? Nella cantina del ristorante. Era vero, è l’accesso a una rete di tunnel sotto il paese. Mario… So dov’è, ma non ha trovato nulla. Devi stare attento. In quel paesino c’erano adoratori di demoni prima ancora che Napoli venisse fondata. Lì dentro strisciano cose ancora peggiori di quei cinesi strafatti… Salvatore, mi stai rompendo le palle con le tue superstizioni da terrone. Hai qualcosa di intelligente da dirmi o puoi uscire dalla mia testa? Solo dirti che c’è qualcosa che non va. C’è… qualcuno. O qualcosa.

Orribile, eh? Non si è mai sicuri se sia Salvatore o l’altro (Alfredo) a parlare nella testa di quest’ultimo. Una gran confusione che non è presente nell’esperienza reale di Alfredo, per cui la nostra esperienza leggendo non è realistica perché ciò che è chiaro per Alfredo (chi sta parlando nella sua testa, se i suoi pensieri o quelli di Salvatore) non lo è per noi.

Per esempio, se siamo in prima persona e quindi non usiamo il corsivo per i pensieri, possiamo usarlo per queste comunicazioni telepatiche. Magari col virgolettato per scandire meglio le battute e poter fare dialoghi telepatici anche con pochissime azioni esterne. È comunque preferibile avere delle azioni, soprattutto dei beat, senza lasciare il protagonista imbambolato come un fesso mentre discute mentalmente con l’altro.

Facciamo una prova. Salvatore è in un vecchio ufficio o qualcosa di simile, a frugare tra scatoloni di roba dei nemici. Alberto è in missione altrove e lo contatta.

“Salvatore ci sei?”
Chiudo lo scatolone e lo allontano col piede. “Ti sento. Dove ti trovi?”
“Nella cantina del ristorante. Era vero, è l’accesso a una rete di tunnel sotto il paese. Mario…”
“So dov’è, ma non ha trovato nulla. Devi stare attento.”
Mi avvicino lo scatolone successivo e lo spalanco. Un mucchio di vecchi libretti. “In quel paesino c’erano adoratori di demoni prima ancora che Napoli venisse fondata. Lì dentro strisciano cose ancora peggiori di quei cinesi strafatti…”
“Salvatore, mi stai rompendo le palle con le tue superstizioni da terrone. Hai qualcosa di intelligente da dirmi o puoi uscire dalla mia testa?”
Tiro fuori un paio di libretti. Sono solo vecchi Urania ammuffiti. “Solo dirti che c’è qualcosa che non va. C’è… qualcuno. O qualcosa.”

So che non è facilissimo rendere chiaro chi parla perché l’assente non può compiere beat (lo stesso problema è presente nelle chiacchierate al telefono, se ci pensi), ma come hai visto possiamo evitare i dialogue tag sfruttando bene i beat dell’unico presente, il PdV che sperimenta il discorso telepatico. Come visto sopra.

E ovviamente l’avverbio “mentalmente” è sempre superfluo… riprendiamo l’esempio di prima, ma cambiamo e passiamo il punto di vista ad Alberto nel sotterraneo.

Passiamo da:

“Potrebbe essere perfino peggio dell’avvento del demone Culonio.”
Che cosa c’è di peggio del trovarsi tutti senza il buco del culo?” chiese allora mentalmente Alberto. Si abbassò sulle ginocchia e tracciò un solco con l’indice nella spessa polvere del pavimento. Di là non passava nessuno da secoli, men che meno dei cinesi pieni di crack. Si ripulì il dito sul panta­lone.

A:

“Potrebbe essere perfino peggio dell’avvento del demone Culonio.”
Alberto si abbassò sulle ginocchia e tracciò un solco con l’indice nella spessa polvere del pavimento. Di là non passava nessuno da secoli, men che meno dei cinesi pieni di crack.
Si ripulì il dito sul pantalone. “Che cosa c’è di peggio del trovarsi tutti senza il buco del culo?”

Ecco un altro dialogo problematico da trasformare:

Alfredo lo lasciò andare. «Salvatore dice che sta arrivando qualcosa. Turaculetti, li ha chiamati. Che cosa sono?»
Domenico scrutò nei turbini di sabbia che si facevano sempre più rapidi sulla spiaggia; sembrava che una nebbia marrone stesse circondando la villa. «Demoni. Spiriti di morti senza sepoltura, in cerca di un culo in cui entrare, risalire fino al cuore e fermarlo. I Sacerdoti Neri di Ercolano frequentano di nascosto quel tempio sotto il Vesuvio, o così pare. Commerciano in cadaveri. Li comprano dai clan pagandoli in cocaina a basso prezzo e casse d’armi dai paesi ex-sovietici… pare che usino i corpi martoriati e decomposti dei morti per tramutarli in nuovi Turaculetti. San Gennaro… allora esistono davvero…» disse, quasi sussurrando, scrutando nei vortici di sabbia.

Guarda quel “sembrava”, il doppio scrutare la sabbia, il “quasi” o lo spiegone innaturale per dire ad Alfredo cose che di sicuro sa già (e se non le sa gliele si può far sapere altrove) in modo che il lettore le sappia. Uno schifo.

E poi quelle formule dubitative fastidiose anche in un dialogo (“o così pare”, “pare”), soprattutto per un personaggio come Domenico che si vorrebbe rappresentare come un saggio ricchissimo di conoscenze esoteriche partenopee. Non va bene.

Meglio alleggerire almeno un pochino il tutto, visto che la questione di come i Sacerdoti paghino i clan della camorra dovremmo scoprirla altrove o saperla già prima. Magari non sapevamo cosa compravano esattamente, ma sapevamo che pagavano con cocaina e armi. Il PdV è ancora Alfredo:

Alfredo lo lasciò andare. «Salvatore dice che sta arrivando qualcosa, i Turaculetti. Cosa sono?»
Una nebbia marrone stava circondando la villa. Turbini di sabbia si sollevavano dalla spiaggia.
«Demoni.» Lo sguardo di Domenico si rivolse ai turbini, sempre più rapidi. «Ti bloccano il cuore entrando dal culo. I Sacerdoti Neri di Ercolano commerciano in cadaveri con i clan e tramutano i morti in Turaculetti. San Gennaro…» sussurrò. «Allora esistono davvero…»

I puntini aiutano a localizzare il sussurro solo alla fine, dando così un tono normale alla battuta precedente, che era un po’ lunga per concludersi al meglio in sussurro. Se vogliamo rendere più chiaro il passaggio da voce normale a sussurro possiamo anche fare così:

«[…] e tramutano i morti in Turaculetti.» La voce si ridusse a un sussurro. «San Gennaro… Allora esistono davvero…»

Va bene citare “la voce” per un personaggio diverso dal PdV stesso. Però meglio non abituarsi troppo a usare “la voce qualcosa” o “qualcosa la voce” al posto di usare l’atmosfera, il tono implicito della battuta o dei dialogue tag ben scelti, o il testo diventerà una merda.

Ancora meglio può essere usare un beat al posto del sussurrò, un beat che comunichi la sua incredulità, e lasciare che siano i soli puntini a indicare il calo della voce.

Nei dialoghi che vogliano sembrare reali non vanno usati, se non al minimo, gli scambi lineari e ordinati di domande e risposte. Va preferito un dinamico scambio obliquo in cui a una domanda si risponde con un’altra domanda oppure sviando il discorso, proprio perché anche nel dialogo deve esserci conflitto.

In particolare pensa a come in un dialogo non contino tanto le cose che vorremmo far dire a un personaggio, ma come lui si esprimerà. Quando parliamo tendiamo a essere poco diretti e a dire spesso delle cose per suggerirne altre. Non riusciamo a essere sempre onesti con i nostri desideri o chiari nell’esprimerli. Parliamo molto di più con il “sottotesto” di ciò che diciamo che con le parole che pronunciamo davvero.

Se per esempio Paolo vuole una birra, ma sta andando di fretta con Carlo a un appuntamento, magari non dirà direttamente che vuole una birra per timore che l’amico, che va di fretta come lui, si opponga in automatico per preservare l’obiet­tivo di arrivare per tempo. Non so, magari devono andare a vedere la partita allo stadio.

Se invece indirizzerà Carlo a proporre lui per primo quella cosa, in modo che l’idea sia sua e non di Paolo, tutto funzionerà molto meglio. D’altronde Paolo è sicuro che anche a Carlo una birra prima della partita farà piacere. Potremmo allora avere un dialogo così:

«Fa un po’ caldo. Ho la gola secca…»
Carlo sogghigna. «Birretta?»

Per chi lo ha notato: quest’esempio era ispirato al video intitolato Il dalemiano de “Il Terzo Segreto di Satira”. Bellissimo.

Ti invito anche a notare che c’è del conflitto, per quanto ridotto: Paolo ha dovuto indirizzare in modo obliquo il dialogo per evitare l’opposizione altrimenti automatica di Carlo e ottenere l’o­­biet­tivo di andare a bere una birra.

Se non c’è conflitto, se è solo un banale scambio di cordialità, probabilmente il dialogo va tagliato. Anche quando è un dialogo utile solo a passare informazioni al lettore in modo naturale (non un puro As you know, Bob, che è sbagliato e ne parleremo dopo), una certa obliquità lo renderà più vero e più scorrevole. Il lettore vuole conflitto, anche poco, ma deve esserci, altrimenti le scene diventano mosce.

Comunque stai sempre attento a come passi informazioni al lettore coi dialoghi: rendine uno goffo, anche solo uno, e perderai gran parte della fiducia di quei lettori che abbiano un minimo di capacità di giudizio per capire cosa stai facendo. Rispetta i tuoi lettori: sono molto più capaci di giudicare certi errori grossolani di quanto tantissimi autori pensino.

Attenzione alle Voci nel Vuoto

Passiamo a un pericolo concreto che molti sottovalutano: le voci nel vuoto. Quando farai il mio Corso Avanzato (sappiamo entrambi che ne hai bisogno, non fingiamo che non sia così) ti sembrerà ridicolo che qualche mio corsista possa esserci cascato, perché le regole di scrittura dei dialoghi fornite lì rendono impossibile che accada… ma non è così. Anche alcuni miei corsisti formati negli anni, per quanto siano stati una rarità estrema, ci sono cascati.

Cosa sono le voci nel vuoto? Forse hai già sentito parlare di questo fenomeno col nome di “teste parlanti”. Non uso questo nome diffuso perché chi lo usa si squalifica a priori a livello di comprensione della scrittura, come vedrai tra poco, e ho preferito creare un nome più congruente con la realtà del caso in esame.

Le voci nel vuoto è quando, all’improvviso, lo scambio di battute di un dialogo si riduce per troppo tempo alle sole battute senza più descrizioni sensoriali, azioni che le alternino o beat che le introducano o arricchiscano. Semplicemente delle voci, magari con dei dialogue tag a ricordarci chi parla se la semplice alternanza non è sufficiente a chiarirlo.

Dalla nostra mente sparisce lo scenario e rimangono solo voci. Questo è irreale, è straniante: è l’opposto del ricostruire in modo credibile la realtà sensoriale vissuta dal PdV. Manca ciò che vede, tocca, odora, mancano i pensieri che ha, mancano le piccole azioni che compie mentre parla. Voci nel vuoto, appunto.

Non possiamo avere dieci battute di fila senza un beat, senza un pezzetto di descrizione, senza un pensiero, senza… qualcosa! A malapena ne possiamo avere quattro o cinque! Chiamarle “teste parlanti” è fuorviante: noi non vediamo delle teste parlanti (che tecnicamente possono pure esistere nella narrativa fantastica, si veda Wyrm di Orson Scott Card o il cartone Futurama), noi non vediamo niente! C’è il vuoto, con delle voci in mezzo. Chiaro?

Il Pericolo dei Gerundi

Attento a non usare strani gerundi dopo le battute di dialogo, soprattutto quando la durata dell’azione descritta dal verbo al gerundio è molto superiore (o inferiore) al tempo necessario a pronunciare la battuta. Questi sfasamenti tra la durata di azione e parlato sono considerati il marchio del principiante.

Il problema di base è che i principianti di solito non ci pensano proprio al problema del tempo e vedono nel gerundio un amico per aggiungere azioni ai dialoghi. Queste azioni andrebbero gestite tramite i beat descritti prima, collocati come semplici azioni compiute e concluse nel presente narrativo, risolvendo così anche il problema dell’uso eccessivo dei dialogue tag (due piccioni con una fava), e non con l’abuso dei gerundi.

I gerundi a pioggia nei beat sono una soluzione pessima e dilettantesca. Ti faccio qualche esempio di orrendi gerundi a go-go tratti da un racconto preso dalla raccolta Urania Tutti i denti del mostro sono perfetti, del 1997.

— Davvero? — dissi, cominciando a irritarmi. — Allora perché mi offri del denaro?
[…]
— Merda — imprecai io lanciandomi verso la poltroncina giroscopica e preparandomi a ingoiare il filo di nausea che l’improvvisa perdita di velocità mi avrebbe affondato nello stomaco.
[…]
— Non sarai solo — disse all’improvviso Daex riscuotendosi. — Tra meno di quindici minuti avremo un rendez vouz con altre due navi.
Io corrugai le sopracciglia sorpreso. — Come sarebbe?
[…]
— Credevo che ti avessero sbattuto dentro — commentò Joachim Vass ignorando lo schermo e guardandomi attraverso le ricostruzioni tridimensionali della fascia di asteroidi e della Nube di Vihr.
[…]
— Per favore — intervenne Daex, tappandomi ancora una volta la bocca (ma forse non a sproposito, visto che quei due sembravano intenzionati a spolparmi vivo, se fossi rimasto solo con loro).

All’autore i gerundi piacciono proprio tanto, ne mette quasi in ogni battuta! Anche quando non sono sovrapposti male a livello temporale (secondo caso), sono comunque un goffo tentativo di trasmettere informazioni creando simultaneità insensate invece di sfruttare in modo efficace i beat e le descrizioni precedenti (quarto caso).

In altri punti sottolineano qualcosa già ovvio dalla battuta (primo e terzo caso) o che andrebbe gestito con un pensiero e/o con un beat, in base al fatto che sia il PdV oppure un personaggio visto dal PdV.

Passando dai gerundi ai dialogue tag, ti voglio ricordare la stupidità insita in “imprecai”, “intervenne”, “commentò”, tutte cose evidenti dal contesto e dal contenuto delle battute. Non ti sei dimenticato quella parte del manuale, vero?

Abbiamo i gerundi e un uso goffo della lingua, inclusi dei pensieri sconnessi rispetto al poco tempo disponibile (secondo caso), che rovinano l’immersione e danneggiano il raggiungimento dell’obiettivo narrativo.

Quello schifo visto prima non è anomalo, non è strano, è perfettamente nella norma di come scrivono gli autori italiani, e anche con parecchi stranieri non è che vada molto meglio, anche se il livello in generale è un po’ migliore. Come già scritto prima, le competenze dei cosiddetti professionisti (tutt’altro che professionali nel senso di competenti) sono molto, molto basse.

Non bisognerebbe poi stupirsi che la maggior parte delle persone preferisca di gran lunga ottenere le proprie esperienze narrative da film, serie tv e videogiochi, invece che da robaccia scritta così male.

Questo non è il modo in cui può scrivere chi voglia definirsi uno scrittore decente. E farsi pagare per roba simile è disonorevole per l’autore e per l’editore. Naturalmente nel caso rispetto di sé, rispetto dei lettori, onestà professionale, progresso dell’arte narrativa e simili concetti siano considerati solo passatismi senza valore, il problema non si pone.

Scrivi meglio della media degli autori italiani, per favore. Stai attento a usare i gerundi solo quando le azioni si sovrappongono davvero dall’inizio alla fine. Negli altri casi la scrittura col normale presente narrativo (che sia al presente o al passato) sarà sufficiente a comunicare eventuali sovrapposizioni tra eventi, in base all’ordine delle azioni presentate e al buon senso.

Il lettore non è stupido, fidati della sua capacità di visualizzare ciò che stai descrivendo… o la figura dello stupido la farai tu.

 

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