Una Teoria Sola per Tutti

[Questa è la terza lezione vera e propria del Corso Base di Scrittura: se hai perso l'introduzione al Corso Base di Scrittura e Sceneggiatura, ti consiglio caldamente di leggerla!]

 

Le medesime regole con cui si scrivono le scene sono quelle con cui le si revisiona, questo è il punto di partenza ovvio che è meglio mettere in chiaro per sicurezza, visto che non è raro vedere persone che pensano che un corso per “editor” debba essere molto diverso da uno per “scrittori”.

Lo stesso discorso vale per un critico o per un serio recensore: le stesse conoscenze con cui si giudica l’opera creata sono quelle con cui la si crea. Come si può giudicare la fotografia di un film senza capire nulla della fotografia di un film? È la stessa cosa per la progettazione delle storie e per la loro scrittura.

Per dare un parere che vada oltre “mi piace” e “non mi piace” ai contenuti di una storia e andare a commentare la struttura in sé e il senso di quei contenuti, devo sapere come le storie si strutturano. Se non so niente di teoria, per definizione il mio parere non può essere “oggettivo”: il parere è oggettivo se basato su un criterio esterno che non dipende da me o da altri.

Se un parere non è oggettivo allora è soggettivo, ovvero basato sulla persona che vede e non sull’opera in sé, e questi sono per definizione i “gusti personali”. Questi criteri esterni sono quelli con cui si realizzano le storie, dando così all’autore una base sicura da cui partire senza doversi affidare ciecamente alle proprie fissazioni personali.

Non vi è quindi differenza nelle basi teoriche tra un corso per scrittori e uno per editor: quella che cambia è l’abitudine a lavorare solo su testi propri, specializzandosi e seguendo le proprie manie, nel caso dello scrittore, oppure tenere la mente aperta ed essere così in grado di lavorare e suggerire idee per qualsiasi storia, nel caso dell’editor.

Allo stesso modo un critico, o un recensore, può magari non aver sviluppato abitudini e flessibilità nel­l’ideare soluzioni narrative al volo (come invece dovrebbe fare un editor serio), o nello scrivere in modo immersivo con facilità (come invece dovrebbe fare uno scrittore), o può avere poca familiarità con storie diverse dalla nicchia che frequenta, ma all’interno del campo che ha scelto deve essere in grado di individuare gli elementi all’istante e analizzare in modo tecnico l’opera. Se vuole andare oltre i gusti personali, si intende.

Come può un autore capire le critiche mosse da un editor se non hanno le stesse basi di teoria? E come può l’editor fidarsi di ciò che afferma se non possiede delle basi di teoria che lo rassicurino che sta giudicando razionalmente e non sulla base dei propri gusti ed opinioni?

Non può esservi serio lavoro editoriale se non si parla lo stesso linguaggio artistico. L’editor deve essere un occhio esperto neutro rispetto alla storia, capace di mostrare “ciò che è evidente”, ma che l’autore non vede per le troppe riletture senza adeguate soste o per il troppo attaccamento emotivo al testo.

L’editor deve principalmente indicare ciò che la teoria ha già reso evidente. Secondariamente può aiutare l’autore, in base alla familiarità con il genere scritto, a trovare soluzioni originali e interessanti oltre che tecnicamente soddisfacenti.

Fornire un secondo cervello creativo per sostenere le direttive che l’autore ha scelto, evitando i vicoli ciechi in cui l’autore si è erroneamente cacciato scambiandoli per vie obbligatorie. Un lavoro più di maieutica che di consigli diretti, quando ben svolto, con diverse affinità con le pratiche descritte ne Il Colloquio Motivazionale degli psicologi clinici Stephen Rollnick e William R. Miller.

La teoria è uguale per tutti, cambia solo la specializzazione su cosa imparare a fare meglio. Se vi è una differenza di conoscenze di teoria a vantaggio dell’editor, l’autore non potrà capire le critiche e non sarà in grado di intervenire per migliorare l’opera. Se è a svantaggio dell’editor, questi non potrà giudicare al meglio le scelte dell’autore e rischierà di dare suggerimenti sbagliati.

Questo è il problema tipico di tanti recensori: mancando di conoscenze teoriche possono solo giudicare testi scritti da autori altrettanto incompetenti, in cui anche con scarsissima abilità si possono individuare tanti problemi (perché il testo è un disastro pieno di errori banalissimi), mentre correranno il pericolo di dire sciocchezze nel criticare un’opera troppo superiore alla loro valutazione tecnica.

Come mai? Perché non potendo individuare gli errori reali finiranno a parlare delle proprie “opinioni” confondendole con la “realtà”. Un’opera errata potrebbe venire criticata non per gli errori, ma per le cose giuste o non essere criticata affatto nonostante gli errori, e un’altra opera invece corretta potrebbe essere criticata sulla base delle mere fisime individuali.

Coi “secondo me” e con le “opinioni” non si va da nessuna parte: l’arte è tale in quanto realizzata e valutabile secondo regole, ripetiamolo di nuovo, come spiegato anche in The Rhetoric of Fiction di Wayne Clayson Booth. Non coi “secondo me”, non con le “opinioni”.

Non c’è da stupirsi quindi che un bravo autore, per definizione, non possa avere nulla da imparare da quanto le tipiche recensioni dicono… ma uno veramente bravo (o, si spera, un editor ben formato) può vedere oltre gli errori dei recensori e capire se c’è davvero qualcosa di problematico che ha portato il recensore, incapace di individuare il vero problema, a dire cose che non c’entrano invece di sottolineare il difetto reale.

Questo include anche gli errori a favore dell’opera, in cui il recensore giustifica o scusa o scambia per buoni elementi quelli che invece sono errori oggettivi: a distanza di tempo l’autore stesso, se riflette bene, dovrebbe capire di aver sbagliato anche se qualcuno lo loda.

Ci saranno sempre fan disposti a lodare le loro opere preferite senza vederne gli errori, accecati dagli aspetti positivi: per quanto possano fare piacere all’ego del­l’autore, i complimenti sono nemici da tenere a bada tramite il rigore tecnico-teorico con cui pesare il proprio operato nonostante ogni lode ricevuta.

Tornando al discorso delle diverse specializzazioni, basta pensare a come un autore può scegliere di realizzare tutte le storie allo stesso modo, per esempio usando sempre un solo protagonista, sempre un momento determinante collocato dopo la chiamata all’a­zio­ne, sempre un arco eroico chiaro e netto ecc. e vivere felice fregandosene del resto, se così desidera, ma un editor (o un recensore) deve padroneggiare la teoria in generale per poter rilevare quale approccio specifico sia stato usato dall’au­tore, e quindi capire se è corretto e come migliorarlo senza stravolgerlo.

Un allenatore per body builder magari non ha concretizzato mai nel proprio fisico quelle conoscenze atletiche e di alimentazione che ha ottenuto con lo studio, perché preferisce insegnare invece di praticare, ma deve averle se vuole essere di aiuto al suo allievo… ed è bene che anche il suo allievo le apprenda a sufficienza da capire il senso di cosa sta facendo.

Un editor che non sappia definire e trattare co-protagonisti, storie multiple, protagonisti catalizzatori, dichiarazioni del difetto fatale prima della chiamata all’azione invece che tramite il momento determinante, costruzione dell’empatia nei personaggi fortemente negativi, sfumature tragiche possibili ecc. risulterà talmente castrato nelle proprie competenze da non poter essere considerato davvero ben preparato.

Non capendo cosa l’autore stia facendo, tenterebbe di forzare la storia su binari diversi: un po’ come se un coltivatore di pompelmi si vedesse rispondere dall’agro­nomo che non è possibile coltivare meglio quei frutti perché non sono veri agrumi, e che la soluzione è solo cambiare la coltivazione in arance perché le arance sì che sono agrumi veri, non come quei così lì strani che non si capisce che roba siano (“Pompelmi! Sono pompelmi!”).

O come un allenatore che stravolga il regime di allenamento e alimentare del body builder facendogli praticare solo la corsa, perché ha sempre preparato solo maratoneti: sempre di attività fisica si tratta, ma il risultato non c’entra molto…

Sei pronto ad affrontare lo studio delle storie con rigore, per essere padrone dei principi e non schiavo dei tuoi gusti?

 

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