Termini Tecnici e Unità di Misura

[Questa è la tredicesima lezione vera e propria del Corso Base di Scrittura: se hai perso l'introduzione al Corso Base di Scrittura e Sceneggiatura, ti consiglio caldamente di leggerla!]

 

Usa le parole straniere il meno possibile: dal punto di vista del personaggio che “vede” sono meno precise rispetto al termine italiano equivalente. Suonano come viste da una persona esterna alla sua cultura e lingua di riferimento (resa da noi in italiano).

Immaginiamo che il protagonista sia Alkiviades, un guerriero di Sparta. Non serve dire kopis per dire spada oppure hoplon per dire scudo. Faccio un esempio con le armi invece che con altri ambiti tecnici perché è più facile che un autore di fantasy o romanzi storici ci incappi, ma il discorso vale ovunque.

Considera che Alkiviades è il PdV e quindi lui pensa da antico greco. E tu quel pensare da antico greco lo stai rendendo in italiano. Come mai allora dovrebbe “vedere” in una lingua diversa il suo scudo o la sua spada? Se stai rendendo la sua lingua in italiano ne consegue che sottolineare apposta il greco è usare una lingua diversa. Per lui sono solo uno scudo e una spada.

Si corre il rischio di usare il PdV del “Narratore Oplologo da Dizionario”, ovvero il Narratore che vuole riportare precisi elementi non tramite il loro aspetto e i loro effetti, ma con l’eti­chetta del nome. La narrativa non è il Museo delle Armi di Brescia e non è l’Armeria Reale di Torino, spiacente.

Considera anche che presso i popoli del passato, che non erano formati da collezionisti di armi antiche, molti termini venivano usati solo in senso generico. Per i romani gran parte delle spade sono gladi e per i giapponesi ogni spada è una “spada”, ovvero katana. In Giappone c’è anche l’ancora più generico nihonto: siamo noi che abbiamo tramutato il termine generico di quelle lingue in un termine specifico per un certo tipo di katana, come il gladio è divenuto termine per una specifica spada romana di origine spagnola.

Scudo è meglio di hoplon, anche se non tutti gli scudi sono hoplon. Conserviamo il dettaglio sul fatto che sia tondo, infilandolo dove conta, e conserviamo il dettaglio della lambda spartana, indicandolo dove conta. I dettagli precisi usati al momento giusto basteranno per dire che è un hoplon. Non serve l’etichetta. I dettagli “Mostrati” rendono preciso e concreto l’oggetto, non l’uso di etichette “Raccontate”.

Stai attento a non mettere dettagli a caso dove non dovrebbero avere posto, per esempio in mezzo a uno scambio di colpi. Se mostri per esempio l’artiglio di un mostro che gratta la lambda sullo scudo di Alkiviades, il nostro protagonista, stai violando il PdV: Alkiviades non potrebbe vedere “esternamente” l’atto, essendo vincolato ai propri occhi ed essendo lui dietro lo scudo che impugna, e potrebbe solo sentire il suono del graffio sullo scudo.

Quando vai al supermercato e compri le banane, vedi due cose: le banane nei cesti e l’etichetta “banane” col prezzo corrente… se togli le banane e lasci solo l’etichetta, sono ancora banane? No, è solo una vuota etichetta, come lo è kopis per la maggioranza dei lettori. Ma se togli l’etichetta e lasci le banane, sono forse meno banane? No, perché l’oggetto Mostra sé stesso, non l’eti­chetta che lo Racconta. Chiaro?

Se non mi credi, ti confermo che storicamente gli stessi maestri d’arme usavano termini molto generici per le loro armi. Se leggi il manuale di scherma di Giacomo di Grassi, risalente al 1570, il maestro non usa “spada da lato” (come la chiamiamo noi) o “spada da lato a striscia” o “striscia”, ma solo “spada”.

Eppure la sua spada è chiaramente una spada da lato e già gli inglesi dell’epoca preferivano il termine rapier (striscia) al mero sword in quel caso! E a loro volta gli inglesi quando usano rapier spesso mettono assieme la “spada da lato” (il caso di Grassi) e la “spada da lato a striscia”, eppure queste sono due categorie di spade differenti, con usi differenti, per noi.

La prima garantisce ancora buoni fendenti e si può usare nell’ambito militare, e gli inglesi quando vogliono essere più precisi la indicano come sword-rapier (definizione moderna), e nel linguaggio successivo del ‘700-‘800 viene indicata talvolta addirittura come broad sword (come se fosse una schiavona o la simile claymore scozzese) per distinguerla dalla sciabola con un filo solo e dagli spadini meno larghi… ma solo talvolta. Il linguaggio reale è tutt’altro che preciso o idoneo all’archiviazione in un museo.

Nel manuale Rules and regulations for the sword exercise of the cavalry del 1796 si parla solo della specifica nuova sciabola per la cavalleria, con una certa guardia che permette certi movimenti della mano in parata ecc. ma il termine è sempre e solo sword.

Hanno Mostrato a quale spada si riferiscono descrivendola all’inizio e disegnandola nelle illustrazioni annesse, per cui l’etichetta Light Cavalry Sabre Pattern 1796, che era il nome ufficiale e l’unico davvero corretto per indicarla, non viene ovviamente mai usato.

Nessuno userebbe mai il nome ufficiale in una scena d’azione: è solo una sciabola o una spada, se poi questo non la distingue a sufficienza dalle sciabole dritte dei corazzieri francesi (che, tra parentesi, tecnicamente sono “costolieri”) o dalle altre sciabole curve dei dragoni pesanti inglesi, chissenefrega! Saranno i dettagli concreti mostrati in azione a fare la differenza, non le etichette!

Anche perché l’iperprecisione interna al testo talvolta può portare a risultati grotteschi. Immagina se il romanzo di Alkiviades cominciasse con:

Tracia, Monti Rodopi, ottobre, 376 a.C.

Mi immagino Alkiviades chiedere al compagno Likeios:

«Coso, ma quando arriva a 0 che succede?»
«Non abbiamo lo zero, ce lo passeranno gli arabi dai cinesi tra un migliaio di anni. Va da un 1 a un altro 1.»
«Ah, scusa. Ma poi cosa significa a.C.?»
«Forse a Corinto…»

Meglio usare i termini molto specifici solo quando necessario. Per esempio qui potrebbe andare bene:

Gli ipaspisti si erano tolti l’elmo e slacciati le armature.

Il lettore si trova ipaspisti, sa che sono greci e che hanno elmi e armature… e immagina dei generici opliti da libro di scuola o Age of Empire o film. Ha immaginato sufficientemente giusto, quindi il nome tecnico è ok e val la pena lasciarlo. Però non è il modo ideale di comunicare i nomi.

Sarebbe meglio che Mostrando queste persone in azione poi capiamo cosa li renda ipaspisti: se il loro essere tali non è rilevante per la storia e non li distingue da altri greci, allora abbiamo un problema di inutilità del termine tecnico. Ok? In realtà la cosa migliore di tutte è prima vederli in azione, con le loro armi e armature, e solo dopo ricevere un nome tecnico. Prima i fatti, poi le etichette.

Sono perfetti il generico “elmo” e il generico “armatura”, non serve il nome tecnico specifico del loro elmo (elmo calcidico oppure quello corinzio, con l’aggravante del termine moderno per descriverli) e della loro corazza (la spolas oppure la diffusissima, ed eccellente contro lame e lance, linothorax).

Va benissimo così: il motivo per cui si sceglie un termine è perché è quello più adatto a mostrare qualcosa, ovvero quello che risulta più chiaro… non importa se è meno tecnico e meno specifico! Pensa alla Light Cavalry Sabre Pattern 1796 col suo nome ufficiale inutilizzabile nel mezzo di un duello in cui le parole devono comunicare adrenalina, rapidità e tensione!

Usa i termini tecnici ignoti al pubblico non specialistico solo quando sei costretto a farlo per motivi di coerenza del PdV: per esempio se il PdV è un motorista che sta riparando la turbina a vapore di una cacciatorpediniera, allora tre o quattro termini tec­nici non solo non stoneranno, ma daranno l’idea ai lettori che tu abbia studiato bene l’argomento.

Il che non fa mai male, lo dice anche Palahniuk: è la credibilità legata alla conoscenza dimostrata… ma va usata con saggezza, senza mai infarcire di termini astrusi la narrazione col rischio di rovinare tutto! L’ideale è che dal contesto si capisca sempre a cosa il termine incomprensibile si riferisce. E ricorda: è sempre meglio prima Mostrare la cosa, facendo capire vagamente cos’è, e solo dopo darle il nome tecnico che quasi sicuramente il lettore non conosceva.

Problema più complesso è quello delle unità di misura. Qui non puoi tradurle perché anche se gli antichi romani ci hanno insegnato che si può tradurre tutto nella propria lingua e nelle proprie misure, i lettori moderni quando leggono di cose antiche possono avere i cram­pi di fronte al Sistema Metrico.

Il problema complementare è che, a meno di non stare leggendo l’Anabasi di Senofonte, hanno i crampi anche di fronte alle unità di misura che non riescono a capire perché il testo non le rende abbastanza chiare… quindi che fare?

Tra le unità di misura dei greci antichi c’è l’akaina, pari a dieci piedi… perfetto: usiamo sempre e solo i piedi. Come, ti piaceva l’akaina? Scordatela! Il piede è un’unità più sensata, essendo più piccola e quindi di maggiore uso comune. Dieci o venti piedi invece di una o due akaina sono perfetti.

Il piede lo capiscono tutti, è lungo effettivamente come un bel piedone (trenta centimetri), ed è identico al corrispettivo inglese che parecchi potrebbero già conoscere. Lo stesso discorso vale per il plethron: che male ci sarebbe a dire cinquanta piedi al posto di mezzo plethron?

Alcune misure di uso molto comune si prestano bene a sostituire i nomi corretti delle versioni maggiori: anche noi diciamo regolarmente “cento metri” al posto del più preciso “ettometro”. Se scrivi ettometro il lettore lo troverà strano, obsoleto e forse ridicolo (e talvolta non sarà nemmeno sicuro di che lunghezza sia). Eppure è una nostra unità di misura!

Con plethron addirittura sei sicuro che il lettore non capirà cosa intendi. L’unico motivo per cui si scelgono le parole è per evocare chiaramente immagini nella mente del lettore: non ha senso scrivere parole che sono solo parole vuote per chi legge, e non portatrici di significati.

Naturalmente, come avrai intuito già, il problema non è solo nel nome, ma è concettuale. Quasi sempre potrai e dovrai evitare di usare le unità di misura per motivi che vanno ben oltre la comprensibilità dei nomi!

Quando vedi qualcosa, non vedi etichette con scritte le unità di misura. Citarle puzza di Narratore. È desumere a posteriori un qualcosa da ciò che si è visto. Puoi farlo (ma con parsimonia) senza violare il precetto di verosimiglianza della narrativa solo se è parte di un pensiero del personaggio PdV o se ogni cosa è filtrata così profondamente dal PdV (scelta ideale, la più difficile) che realtà e parere si mischiano in modo indissolubile. Ricorda comunque che è un cattivo modo di descrivere, anche se quando fatto con queste basi non è fuori PdV.

L’ideale rimane sempre trovare un modo per far capire le distanze senza usare le unità di misura. D’altron­de noi stessi nella nostra vita non le vediamo, e le misure diventano una stima ragionata dopo la percezione. Seleziona dettagli che rendano comprensibili le cose senza spiattellare il Raccontato riguardo “quanto una cosa è lunga rispetto a una data unità di misura”.

Se ti serve dire che la porta incontrata da Alkiviades sembra quella di una casa di gnomi perché è alta mezza akaina, allora ti serve in virtù del suo essere bassa… bingo: quindi mostra il personaggio che per entrare deve chinarsi o di’ che la porta gli arriva ai capezzoli o metti un commento sul fatto che è una porta da nanerottoli.

Basta che non dici al lettore di immaginare un bastone lungo una akaina, poi spezzarlo in due parti uguali e quella è la misura… perché dicendo “mezza akaina” stai dicendo proprio quello, letteralmente. Ricorda quando il metro era una barra di metallo per davvero e non il tempo di percorrenza della luce in certe condizioni.

Non dire che una strada è larga quattro akaina, di’ che tre grossi carri potrebbero viaggiarvi affiancati senza problemi: è sempre un paragone, ma è più concreto che chiamare in causa nomi obsoleti e riferiti a concetti ignoti al lettore.

E se il lettore leggendo akaina pensasse qualcosa sui venti metri? Vuoi davvero che immagini che la tua strada sia una mostruosità larga ottanta metri? E magari penserà pure che sei scemo?

Per esempio se Alkiviades sale su una piramide colossale, come una montagna, e scrivo:

La scalinata ripida si perdeva nella nebbia lattiginosa. Sopra, in lontananza, si iniziava a scorgere nella foschia la fortezza di Marduk; sotto, invisibile, si stendeva Babilonia, a diverse decine di stadia di altezza.

[Segue descrizione della giungla cresciuta sull’im­mensa piramide, degli insetti tropicali, del caldo che fa scendere torrenti di sudore sotto elmi e corazze.]

Non c’è bisogno di dire che sono a “prendete 180-190 metri circa e moltiplicate per X decine con X ignoto maggiore di 2”. Mettiamo che le diverse decine di stadia siano soltanto quattro e mezzo (un po’ poco per un “diverse”), pari a oltre ottomila metri (45 stadia attici da 185 metri) ed ecco servito l’Everest…

Ecco, se uno ha capito cosa l’autore intendeva dire con stadia starà pensando “Ma che caldo e caldo, quelli staranno gelando a venti gradi sottozero e saranno mezzi collassati per la mancanza di bombole di ossigeno!” e il rispetto che il lettore ha verso l’autore, così bravo fino a quel momento a informarsi, viene incrinato.

L’autore magari non sapeva niente di montagna ed è cascato nell’errore, oppure per sbadataggine non ha fatto i conti e in realtà si immaginava duemila o tremila metri e non di più. Perché rischiare brutte figure armeggiando goffamente con le unità di misura?

Se il caldo è importante perché gli Dei agiscono sul clima e sulle temperature, e già prima abbiamo saputo che amano trasformare le loro dimore colossali in posti tropicali, allora va bene… ma dobbiamo averlo fatto capire prima che il lettore possa dubitare delle nostre facoltà mentali!

Se invece ci si preoccupa solo dell’effetto, dell’imma­gine nella mente del lettore, limitandosi a dire che Alkiviades vede Babilonia ridotta a una distesa irriconoscibile di edifici che si intravedono da sopra le nuvole, il lettore penserà che siano almeno tremila metri.

Enormi, altissimi, giardini pensili incredibili grandi come montagne… ma accettabili in un romanzo fantasy storico senza dover pensare che l’autore stia sparando castronerie, come accadrebbe invece con gli ottomila e più metri buttati lì senza spiegazione e senza bombole di ossigeno. Vale comunque l’idea detta prima di rendere più comprensibile la questione prima che l’alti­tudine aggiunga problemi.

Alkiviades naturalmente deve dire (nelle battute o nei pensieri diretti) che un certo posto è distante venti stadia invece di tre chilometri e mezzo quando è costretto a indicare la distanza, ma al di fuori dei dialoghi o dei pensieri diretti è meglio evitare del tutto le unità di misura, sia quelle note che quelle ignote al lettore. D’altronde, di norma, lui non penserà con misure precise!

Allo stesso modo un cecchino, durante una valutazione per un tiro su lunga distanza, può stimare che il bersaglio è a 850-900 metri e che la velocità del vento è approssimativamente di 15 km/h, ma questi pensieri possono essere proposti solo perché lui realmente, in quel momento, sta usando delle cifre nella sua mente per calcolare come regolare gli organi di mira e compensare i fattori in gioco nel tiro.

Pensa sempre e solo a come davvero uno penserebbe a qualcosa. Le cifre e le unità di misura, come anche i termini tecnici, sono semplicemente un’altra parte dei normali ragionamenti sulla gestione del PdV del personaggio. Riportaci la sua esperienza reale e i suoi pensieri reali, e usa cifre e misure solo quando anche lui realmente, nella sua vita, le userebbe esplicitamente.

La vita è fatta di sensazioni concrete, non è fatta con le tabelle per il combattimento di un gioco di simulazione tattica: quando non fanno davvero parte dei pensieri del PdV, lasciamo i numeri al Navigatore GPS e a Google Maps.

 

Vai all'Indice del Corso Base di Scrittura

<< Torna alla lezione 12     |      Prosegui con la lezione 14 >>

 

Vuoi più lezioni in omaggio?

Iscriviti (gratis) per ricevere in omaggio due videolezioni tratte del Corso Avanzato. Ogni settimana riceverai una lezione aggiuntiva di scrittura e sceneggiatura per espandere il Corso Base. Attenzione: dovrai confermare via mail l'iscrizione!

Non riceverai spam. Potrai cancellare la tua iscrizione in qualsiasi momento. Puoi consultare qui l'informativa completa sulla privacy.

Close

50% Complete

Two Step

Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit, sed do eiusmod tempor incididunt ut labore et dolore magna aliqua.