Il "che" artistico

scrittura creativa Oct 19, 2019

Questo può sembrare un errore scemo, e magari è un errore che non hai mai fatto, ma è meglio conoscerlo per non incapparci: il “che” artistico.

Questo è il nome che gli ho dato io: è quando c’è un “che”, col significato di “il quale” o “i quali”, posto però in una frase in cui il soggetto della frase relativa coincide col referente del che. Non voglio fare spiegazioni troppe astratte, per cui andiamo a vedere un po’ di esempi così capisci subito.

Per esempio:

I meli hanno rami carichi di frutti maturi, gli uccellini che cinguettano nascosti tra le fronde.

Quest’esempio è inventato, ma la struttura dell’errore è identica a quella che ho visto più volte. Prova a tradurre quel “che”, ovvero “i quali” ovvero “gli uccellini”.

Alla lettera abbiamo:

I meli hanno rami carichi di frutti maturi, gli uccellini gli uccellini cinguettano nascosti tra le fronde.

La questione pura e semplice è che quel “che” non serve a tramutare un complemento della frase precedente, a cui si riferisce, nel soggetto della nuova frase.

Non è insomma così:

I meli carichi di frutti maturi hanno i rami invasi dagli uccellini, che cinguettano nascosti tra le fronde.

E non è nemmeno quest’altro uso corretto del “che”, con lo scopo di precisare meglio quali tra i tanti possibili:

I meli che hanno frutti già maturi sui rami sono invasi dagli uccellini.

O, cambiando argomento:

Gli obesi che hanno superato i centocinquanta chilogrammi spesso scrivono saghe fantasy troppo lunghe e le lasciano inconcluse.

Chiaro il problema?

La mia impressione è che questo problema venga dal tentativo di usare in modo un po’ troppo libero, e non sempre così fattibile, la virgola al posto del punto per separare due frasi nettamente distinte. Una sorta di “virgola artistica”.

In narrativa si può usare la virgola al posto del punto per comunicare una stretta connessione tra le due frasi, e un senso di urgenza, di rapidità delle azioni, ed evitare il rallentamento dato dalla congiunzione “e” (l’alternativa tipica). Va benissimo farlo, ma bisogna stare attenti.

Nel caso del primo esempio con gli uccellini possiamo risolvere così, dividendo le frasi:

I meli hanno rami carichi di frutti maturi. Gli uccellini cinguettano nascosti tra le fronde.

Ma vengono due frasi un po’ corte, e suonano un po’ troppo separate quando invece i concetti sono molto legati. Il problema indicato prima, insomma. Possiamo in alternativa usare la congiunzione “e”:

I meli hanno rami carichi di frutti maturi e gli uccellini cinguettano nascosti tra le fronde.

Oppure possiamo usare “con… che”:

I meli hanno rami carichi di frutti maturi, con gli uccellini che cinguettano nascosti tra le fronde.

Così il nostro “che” sta trasformando in soggetto quello che prima era un complemento introdotto da “con”. La mia ipotesi è che in molti casi quel “che” siamo semplicemente la parte superstite di una formulazione “con… che” di cui il “con” ha subito una ellissi per velocizzare il testo. Sfortunatamente l’ellissi ha anche trasformato il “che” da elemento giusto a sbagliato…

Ti faccio un altro esempio, giusto per abbondare:

Ansimo e tossisco, il cuore che mi martella nel petto.

Qui si può correggere senza intaccare la stretta connessione tra le due parti, separate dalla virgola invece che dal punto, semplicemente togliendo il “che” (anche se queste formule andrebbero usate il meno possibile per non suonare troppo ripetitive e quindi “strane”):

Ansimo e tossisco, il cuore mi martella nel petto.

Oppure senza la virgola artistica:

Ansimo e tossisco. Il cuore mi martella nel petto.

A me non pare male quest’opzione col punto, più corretta grammaticalmente: anche le frasi molto brevi, in sequenza, danno un senso di rapidità agli eventi.

Oppure possiamo fare:

Ansimo e tossisco, col cuore che mi martella nel petto.

La questione è sempre quella di non essere ripetitivi: alternando i modi per fornire l’idea di rapidità si evita di rendere “visibile” la scrittura attirando l’attenzione del lettore sul modo di scrivere invece che lasciarlo immerso nella storia.

In più le frasi corte e rapide, quale sia il modo scelto per camuffarle, vanno sempre bilanciate da frasi più lunghe e ricche di dettagli per lo stesso motivo detto prima: non attirare l’attenzione su come si scrive… e anche per puro e semplice realismo: notare dettagli è normale e suona strano, poco reale, se per diverse frasi abbiamo solo micro azioni non dettagliate e percezioni ai minimi termini.

Tutto chiaro?

Non so che origini abbia questo errore del “che” artistico. Nei romanzi pubblicati dai Grossi Editori l’ho visto qualche volta in opere tradotte dall’inglese, nelle pessime traduzioni di fantasy e fantascienza per cui il mercato italiano è famoso, ma non ho mai capito cosa avesse portato i traduttori a inventare simili obbrobri: quando ho potuto controllare i brani originali non mi è mai venuto neanche vagamente in mente di “tradurli” in uno pseudo-italiano simile.

Posso solo ipotizzare che gli autori italiani, pochi fortu­natamente, a cui ho visto farlo siano stati influenzati da quelle traduzioni… e dai loro colleghi che già scrivevano così.

Un mio corsista, Luca, suggerisce quest’altra ipotesi:

La mia opinione anche da un punto di vista “musicale”:

I meli hanno rami carichi di frutti maturi, (ci sono) gli uccellini che cinguettano nascosti tra le fronde.

Per me questo “che” deriva dall’invenzione del “verbo essere sottinteso”. Questa invenzione la trovo spesso in racconti scritti da dilettanti che vogliono fare i poetici.

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