“Sé stesso” o “se stesso”: come si scrive?

scrittura creativa Jan 05, 2020

Si dice sé stesso con l'accento, oppure si dice senza? La situazione è molto chiara, ma in Italia siamo riusciti a renderla complessa. Scopriamo come!

Il pronome tonico riflessivo sé richiede l'accento acuto, ("ognuno pensi per sé") per distinguerlo dal se congiunzione ("se te ne vai, avvertimi") o pronome atono ("se ne andò").

A scuola ti avranno probabilmente insegnato che quando viene abbinato con stesso, stessi o medesimo bisogna togliere l'accento da sé e fare "se stesso", "se stessi" o "se medesimo".

Eppure viene così naturale scrivere con l'accento. Così ovvio. Così elegante, visto che non adottiamo una regola ulteriore. Davvero non possiamo accentare?

Ci vuole davvero poco a rispondere. Basta guardare cosa dicono gli esperti e il parere è praticamente unanime: sé stesso con l'accento non solo è corretto, ma è addirittura preferibile. Cominciamo!

Nella posta del Professore di Zanichelli.it abbiamo:

In realtà i grammatici moderni consigliano ‘sé stesso 

Il Dizionario d'ortografia e di pronunzia, a cura di Migliorini, Tagliavini, Fiorelli e Bórri, il più grande dizionario ortografico e ortoepico della lingua italiana, dice:

frequenti ma non giustificate le varianti grafiche se stesso, se medesimo, invece di sé stesso, sé medesimo

Il Vademecum degli accenti dell'Accademia della Crusca, in un articolo del 2002, indica precisamente:

consigliamo di indicare l'accento anche in questo caso, e quindi di scrivere sé stesso, sé medesimo.

Passando al famosissimo Si dice o non si dice? Guida all'italiano parlato e scritto, Aldo Gabrielli la definisce "Una delle regolette fasulle più dure a morire":

Sono o non sono sottigliezze cervellotiche? Una volta stabilito che il sé pronome si deve scrivere accentato per distinguerlo, come è giusto, dal se congiunzione (e l’esempio sopra citato ne dimostra la necessità), non si capisce perché uno stesso e un medesimo che seguono debbano modificare questa regola complicandoci inutilmente la vita. Dunque, in nome della chiarezza, lasciamogli sempre il suo bell’accento!

Interessante osservazione che fanno parecchi studiosi, incluso Gabrielli:

Si fanno forse eccezioni tra il sì affermazione e avverbio e il si particella pronominale? Sempre accentato il primo, mai accentato il secondo. Seguiamo dunque una norma comune, e la regoletta fasulla andrà finalmente a farsi benedire.

Luca Serianni ci dice in Grammatica italiana - Italiano comune e lingua letteraria:

«Senza reale utilità la regola di non accentare sé quando sia seguito da stesso o medesimo, giacché in questo caso non potrebbe confondersi con la congiunzione: è preferibile non introdurre inutili eccezioni e scrivere sé stesso, sé medesimo. Va osservato, tuttavia, che la grafia se stesso è attualmente preponderante: […]

Scrivendo e parlando di Luciano Satta (Sansoni, 1988) la definisce una "diabolica distinzione" e come se non fosse bastato l'esempio col "sì" del Gabrielli ci spiega ancora di più perché sia un'idiozia:

«Qualcuno ha osservato: un momento, con stesso e con stessa va bene, non c’è confusione; con i plurali stessi e stesse però si equivoca, perché ci sono stessi e stesse forme di stare (congiuntivo imperfetto). Geniale rimedio: accentare sé stessi e sé stesse, non accentare se stesso e se stessa. Qualcun altro allora con santa pazienza ha fatto osservare che non era molto intelligente accentare una parola per distinguerla da un’altra e poi sottilizzare caso per caso e vedere se si poteva fare a meno dell’accento; sennò, per esempio, non c’è bisogno d’accentare il pronome sé in posizione finale (“Farà da sé”) perché inconfondibile. E invero, se si continua di questo passo, nemmeno l’avverbio là è sempre da accentare, perché non sempre è confondibile con l’articolo femminile la. In conclusione, e ci sembra cosa sensata: accenteremo sempre il sé pronome, anche davanti a stesso e a stessa.»

E già. Una regoletta farlocca che nel tentativo di risparmiare qualche accento qua e là apre una legione di sottoregolette irragionevoli, da applicare caso per caso al sé, senza coerenza con l'uso fatto con sì o là nell'italiano. Un merdaio, puro e semplice.

Signori, ormai la situazione è evidente: dobbiamo ancora parlarne? Va bene, è divertente, per cui proseguiamo. :-)

Luciano Canepari, Manuale di pronuncia italiana, Zanichelli, 2005:

Denunciamo, ancora una volta, pure la riprovazione dell'assurda "regola" (tipicamente burocratica, giacché aspira unicamente a complicare ciò che è, per sua natura, semplice), che vorrebbe deprivare sé stesso e sé medesimo del legittimissimo accento grafico, accampando cervellotiche motivazioni da perdigiorno e azzeccagarbugli, che trascinano pure l'incauto e pecorile schiavo a scrivere anche *a se stante (invece di a sé stante).

Inutile e pecorile schiavo. Questo è un bel nome alternativo per i Grammar Nazi del "se stesso" sempre ed esclusivamente senza accento. E nell'editoria ufficiale, tra i Grossi Editori, sono tantissimi. Anche famosi. :-)

Da dove viene questo obbrobrio di regola?

Secondo Luca Serianni questa mostruosità è nata nel sistema scolastico, anche questa volta famoso per la sua capacità di garantire il diritto all'ignoranza.

Da lì si è diffuso come un tumore, in modo simile al "piuttosto che" come sinonimo di "oppure" nato nelle università del nord Italia e diffuso perché suonava elegante e raffinato da giornalisti, professori e altri individui poco istruiti e molto insicuri, bisognosi di sentire di avere un linguaggio alla moda. In televisione è pieno di "piuttosto che" usati male, ma ci torneremo magari in futuro.

Giuseppe Patota nel Glossario della Grammatica italiana di Serianni, edizione Garzantine si augura che:

«C'è da sperare che la norma del genere sia accolta nelle redazioni delle case editrici e dei giornali»

E infatti nella mia collana editoriale ho adottato l'accento nelle nostre opere e ho inserito una nota grammaticale, anche sul sito, per istruire e sensibilizzare il pubblico su questa aberrazione scolastica.

E allora Manzoni?

Visto che nella scuola pubblica piace tanto il Manzoni, chiediamo: Alessandro Manzoni come lo scriveva questo benedetto "sé stesso"?

La Crusca ha fatto i conti per noi. Consultando la LIZ 2001 (Letteratura Italiana Zanichelli) è possibile osservare che nelle sue opere il Manzoni impiega entrambe le forme.

  • "Se stesso" senza accento: 18 contesti, tra i quali uno tratto dal Fermo e Lucia in cui la forma non accenata sarà assente nelle due edizioni successive de Promessi Sposi
  • "se stessi" senza accento: solo 3, tutti in Fermo e Lucia
  • La forma con accento grave sè stesso: in 33 contesti, 1 in Fermo e Lucia, 13 nella "ventisettana", 14 nella "quarantana", 5 in Storia della colonna infame.

21 a 33, Ai punti vince l'accentazione. :-)

Sé stessi" con accento acuto, come lo scriviamo noi, Manzoni lo usa una sola volta ne Il Conte di Carmagnola.

Come mai un po' acuto e un po' grave e un po' come capita?

Fino alla fine del XIX secolo l'uso dell'accento acuto o grave sulla medesima parola era meno stabile ed era normale che un autore usasse un accento grave dove noi oggi usiamo quello acuto. Lo potete verificare sui giornali d'epoca, spesso. Per esempio è possibile trovare "perchè" con l'accento grave invece di acuto negli articoli di Giovanni Schiaparelli, il grande astronomo, che vennero poi raccolti in La Vita sul Pianeta Marte.

Tutto chiaro?

Vanno bene entrambe le forme ("se stesso" e "sé stesso"), ma solo per l'uso diffuso di quella deprecata priva di accento, e bisogna far sapere che la versione accentata non solo è CORRETTA ma è PREFERITA dai linguisti! E gli editori che sostengono il contrario sono dei cialtroni ignoranti.

In soldoni, smettete di togliere l'accento dal sé e fate passaparola!

Fonti delle citazioni:

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