Per capire che tipo di lavoro verrà svolto sui testi, e decidere di conseguenza se può servirvi, bisogna comprendere tre concetti fondamentali:
— la Narrativa “normale” è diversa dalla Literary Fiction;
— la Narrativa ha delle Regole il cui scopo è favorire l’ottenimento del risultato a cui la Narrativa aspira;
— ogni Genere nella Narrativa ha le sue peculiarità, grandi o piccole, e il modo in cui si scrive un romanzo Comico non è identico a quello con cui si scrive Fantascienza e nessuno dei due è obbligato ai vincoli del Rosa.

Narrativa. Regole. Genere.

La Narrativa e la Literary Fiction sono due cose differenti.
C’è l’abitudine, figlia dell’ignoranza e diffusa più tra coloro che i libri li venerano piuttosto che tra quelli che li leggono, di pensare che il libro in quanto prodotto intellettuale debba aspirare sempre a essere Alta Letteratura. Una Letteratura che aspiri alla Poesia con opere in cui il bello della scrittura ampollosa e barocca abbia il compito onanistico di godere della propria stessa bellezza, comprensibile solo all’Artista e a poche Menti Elevate. La Narrativa che si limita a raccontare storie, peggio ancora se con uno stile trasparente e semplice, viene disprezzata… a meno che l’autore non sia stato etichettato come Artista da lodare per lo stile didascalico e quindi non vada criticato a priori.
È una posizione sciocca, antistorica e senza basi credibili nella critica antica o moderna.

Chi scrive in modo affettato somiglia a chi si mette in ghingheri per non essere scambiato e confuso col volgo; è questo un pericolo che il gentiluomo non corre mai, anche se indossa l’abito più misero.

(Arthur Schopenhauer, Parerga e paralipomena, 1851)

Se si parla di Narrativa seriamente, bisogna differenziarla dalla Literary Fiction.
La Narrativa segue un Assioma, scoperto e riscoperto e citato nel corso degli ultimi 150 anni da molti studiosi autodidatti, autori e critici. Lo studio della Narrativa, anche senza conoscere questo Assioma, porta naturalmente alla consapevolezza che esista e alla sua formulazione con parole proprie, creandone innumerevoli varianti.
L’Assioma è:

La Narrativa deve essere avvincente. Le parole non devono essere lì per il gusto della loro bellezza, ma per stimolare nella mente immagini vivide ed emozioni intense, tanto che il lettore dimentichi di star leggendo e si immerga nel mondo narrativo come se fosse reale.

(Mia variante personale)

Tutte le Regole sono conseguenza di questo Assioma, o Principio se preferite. Il Punto di Vista, Mostrare la storia invece di riassumerla, le descrizioni concrete, il filtro della mente del personaggio che abbraccia ogni elemento, i dialogue tags, la rinuncia agli avverbi di modo e agli aggettivi in favore dei verbi e sostantivi più precisi e molti altri precetti sono tutti frutto di questo Assioma. La scrittura deve scomparire dalla mente del lettore, deve rimanere solo l’esperienza viva e avvolgente.

Mostrare la storia ai lettori attraverso una sequenza di scene non darà solo immediatezza alla scrittura, le darà trasparenza. Uno dei modi più semplici per sembrare un dilettante è quello di usare tecniche narrative che attirino l’attenzione su di sé e la distolgano dalla storia. Devi fare in modo che i lettori siano così presi dal tuo mondo da non accorgersi nemmeno che lo scrittore esista.

(Renni Browne, senior editor presso alcune case editrici prima di mettersi in proprio nel 1980, e Dave King, editor presso Writer’s Digest)

Un buon romanzo deve essere così avvolgente, così credibile, deve essere un sogno così vivido da far dimenticare che dietro c’è un autore che si è inventato tutto di sana pianta. Idea che non è arrivata ieri o con il cinema, ma che è alla base della Narrativa moderna a partire dall’Ottocento:

L’artista deve essere come Dio nella creazione, invisibile e onnipotente; bisogna percepirlo ovunque, ma non vederlo mai.

(Gustave Flaubert, lettera a Mademoiselle Leroyer de Chantepie del 18 marzo 1857)

O questa variante:

Un autore nel suo libro deve essere come Dio nell’universo, presente in ogni luogo e visibile in nessuno.

(Gustave Flaubert, lettera a Madame Louise Colet del 9 dicembre 1852)

Se si nega l’Assioma, le Regole non hanno più uno scopo.
Ma se si nega l’Assioma, si nega la raison d’être della Narrativa: è l’Assioma a rendere un buon romanzo diverso da un buon libro contabile o da un buono scontrino della spesa o da una buona sinossi a uso interno della Casa Editrice. L’Assioma delimita “cosa” stai facendo e “perché”. Sapendo “cosa” e “perché”, c’è allora spazio per il “come”, ovvero per le Regole.
Per chi pensa che le Regole non contino e che i Grandi del passato non le seguissero, consiglio, a parte la sostituzione delle tre ore giornaliere di Facebook con lo studio della Narratologia e della storia della Critica, di ricordarsi che le Regole principali sono nate proprio grazie alla fatica dei Grandi del passato, le cui idee a riguardo erano piuttosto precise:

Ogni trovata narrativa è reale, ne potete star certa. La poesia è una scienza esatta quanto la geometria.

(Gustave Flaubert, lettera a Madame Louise Colet del 14 agosto 1853)

La Literary Fiction ha un’agenda creativa opposta: attirare l’attenzione sulla scrittura in sé, bella e complicata per il gusto del bello, fino a sacrificare la presenza stessa di una storia in senso tradizionale. La Literary Fiction aborre la scrittura trasparente e fa di tutto per ricordare al lettore che sta leggendo. In un certo senso la Literary Fiction recupera il peggio della narrativa dell’Ottocento, quella narrativa che più per censura e per tipologia di pubblico bigotto a cui si rivolgeva che per mancanza di consapevolezza tecnica degli autori, evitava apposta di emozionare troppo. Così Dickens si vantava di non aver mai scritto nulla che “potesse far arrossire le gote dell’innocenza”, pur parlando di criminalità e vita urbana in condizioni di estrema povertà.
E il dottor John Harvey Kellogg ammoniva le fanciulle dicendo loro di non leggere libri emozionanti perché peccaminosi, come quel diabolico romanzo intitolato Ben-Hur, ma di dedicarsi solo (se proprio necessario) a letture edificanti incapaci di emozionare o, meglio ancora, alla Bibbia.

Se siete bigotti sessuofobi fermi a cento-duecento anni fa, amerete (ma con modestia e senza commettere atti impuri, mi raccomando) l’agenda creativa della Literary Fiction e la leggerete con quel piacere puramente intellettuale e privo della seppur minima traccia di peccaminose emozioni con cui la leggeva il dottor Kellogg. Noi “moderni” da Flaubert in poi preferiamo la Narrativa, che sia Mainstream o di Genere poco importa purché sia Narrativa.
Non mi dilungo su altre definizioni insensate di Literary Fiction, ma vi lascio questa breve nota.

Sull’importanza del Mostrato rispetto al Narrato (Show, don’t Tell) e in generale delle Regole, riporto un brano di uno dei massimi esperti e critici americani del Novecento:

Non si può restituire dignità critica al narrato semplicemente saltando su a difenderlo – non in questo campo di battaglia. I suoi nemici avrebbero gran parte degli argomenti migliori dalla loro. Molti romanzi sono seriamente danneggiati da sciatte intrusioni [dell’autore, NdDuca]. In più è semplice dimostrare che un episodio mostrato è più efficace dello stesso episodio narrato, finché la scelta è ridotta a due e solo due estremi tecnici.
E, infine, i romanzieri e i critici che hanno deplorato il narrato hanno conquistato per la narrativa quella posizione come forma d’arte maggiore che, prima di Flaubert, le era generalmente negata, e hanno spesso mostrato una serietà e una devozione verso la loro arte che da sole bastano a rendere convincenti le loro dottrine. Non c’è niente da guadagnare – anzi, c’è tutto da perdere – se diciamo a James o a Flaubert che ammiriamo i loro esperimenti di serietà artistica, ma che ora preferiamo rilassare un po’ i nostri standard e incoraggiare i romanzieri a tornare a mescolare quella che James chiamò “la grande brodaglia.” Ci può essere spazio, nella casa della narrativa, anche per le brodaglie informi – per essere lette, presumibilmente, nelle ore dell’indolenza o negli anni della pensione. Ma io non mi metterò a difenderle come forma d’arte in virtù del fatto che sono informi.

(Wayne Clayson Booth, The Rhetoric of Fiction, 1961)

Notate come sia netto nel dichiarare la superiorità del Mostrato rispetto al Narrato, ritenendola una verità ovvia e scontata per tutti, ormai. Categorico nel condannare le intrusioni dell’Autore nella Narrativa (non comica) a giudicare gli eventi. Inflessibile nel definire “brodaglie informi” i testi che rifiutano Regole che ormai sono parte indissolubile della Narrativa moderna dalla metà del XIX secolo fino ai giorni nostri.
Un giudizio così forte viene da quella che è considerata dagli esperti:

una delle più importanti opere di narratologia e poetica del secolo scorso

(Enthymema, I, 2010, p. 118, rivista di critica e teoria della letteratura).

Infine c’è la questione del Genere, ma vi rimando alle spiegazioni date nella pagina sull’Editing con questa citazione sullo scopo della Narrativa:

[produrre] qualcosa di bello ed efficace nella sua interezza di un determinato tipo.

(Ronald Crane, fondatore dei Neo-Aristotelici della Scuola di Chicago)

Ovvero ogni Genere ha le sue Regole ulteriori da conoscere per produrre qualcosa di buono che piaccia agli appassionati di un dato Genere: una lettrice di Narrativa Rosa troverà fastidiosa la mancanza del lieto fine e il lettore di un romanzo di Fantascienza si sentirà preso in giro se l’unico elemento fantascientifico è un cliché indegno di nota.

Per la formulazione dell’Assioma della Narrativa con parole diverse fatta da Ford Madox Ford, uno dei più grandi letterati inglesi tra fine Ottocento e inizio Novecento, e per una visione della Narrativa in quanto Retorica, vi rimando ai Principi della Narrativa.

 


 
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