Escalation del conflitto ed etichette

Ripubblico qui questo commento del 28 maggio per chiarire un dubbio riguardo la struttura di una storia che talvolta può venire agli autori principianti. Spero che possa essere di aiuto a qualcuno.

 

Premessa.
Uriele introduce il romanzo Altered Carbon nella discussione, dicendo che il conflitto lì va al contrario, con il rischio di morte prima e le minacce alla fine. Eugenio si ricollega al secondo commento di Uriele con questa risposta sul conflitto al contrario:

A me Bay City è piaciuto, nulla di innovativo in effetti (ammesso che possa ancora esistere cyberpunk innovativo), ma l’escalation al contrario non stona a mio avviso, in quanto nel contesto la morte è il minore dei mali.
Il seguito dicono sia migliore.

Non avendo letto il romanzo e non essendo sicuro di chi abbia ragione, ne ho preso spunto per commentare sulla questione “etichette” in generale, a livello di teoria, nell’escalation del conflitto.
Ecco il mio commento.


l’escalation al contrario non stona a mio avviso, in quanto nel contesto la morte è il minore dei mali

Se dici che è più grave la minaccia che rischiare di morire, allora non stai dicendo che l’escalation è al contrario: stai dicendo che l’escalation del conflitto è quella solita, ma gli elementi “etichetta” hanno un significato diverso dal solito?

Esempio molto semplice di cosa intendo.
1) Se il personaggio all’inizio è in rovina, sull’orlo del suicidio e finisce in uno scontro a fuoco per errore (scambio di identità), viene catturato, stanno per ucciderlo, ma a lui non importa di meno perché tanto stava giusto due ore prima valutando se fosse meno dolorso gettarsi dal palazzo, ammazzarsi col gas o impiccarsi, per cui l’inizio degli spari e poter recuperare una pistola gratis sono stati una manna dal cielo per ottenere una morte indolore, è evidente che “morte” è una etichetta che vale quanto “minaccia”, al più, per il fastidio dell’interferenza e di qualche cazzotto.

2) Poi mettiamo che si salvi, cerca di rifarsi una vita nonostante le continue apparizioni di gente che vuole menarlo, torturarlo ecc… sempre per via dello scambio di identità e questo stimolo lo porta a voler vivere. Ls sua vita privata si risolleva, anche se la situazione dello scambio di identità è sempre più pesante e i danni sempre maggiori. Deve giocare sporco e sempre al limite della legge per salvarsi.
Qui apparentemente siamo al contrario anche rispetto alla ricetta tipica della spirale della rovina, visto che si “salva” e certe cose “vanno sempre meglio”, ma in realtà -guardando oltre le etichette- si sta preparando il terreno al problema più grave che apparirà dopo (spirale dei disastri più subdola, ma c’è).
È tornato normale, “menarlo” vale quanto “menarlo”.

3) Alla fine sta trionfando, la sua carriera va alla grande, sta per diventare sindaco/direttore di una grossa filiale della sua multinazionale/qualcos’altro di fighissimo… e appare una minaccia: se non rivela finalmente ciò che vogliono sapere i tizi (e che lui non sa), questi hanno le informazioni tali e tali (molte collegate a cose che ha fatto al punto 2 per sopravvivere e diventare un pezzo grosso) che distruggeranno la sua carriera e lo faranno diventare un paria.
È evidente che “minaccia” è un’etichetta soltanto, ma il significato è “morte sociale”, ritorno alla condizione 1 e suicidio anche se dovesse sopravvivere ai cattivi, nel caso rivelassero ciò che sanno.

 


 

E fin qui era il commento originale, dedicato solo alla distinzione tra “ciò che è”, ovvero il reale livello di conflitto, e come “appare”, ovvero l’etichetta.

L’idea dell’intensificazione (escalation) del conflitto risale, a quanto ricordo, al tempo degli antichi greci. In teoria ormai tutti dovrebbero conoscerla, anche solo per apprendimento involontario tramite i film visti e i romanzi letti, ma meglio non darlo per scontato. Anche l’idea del Mostrato come elemento centrale della Narrativa (150 anni fa) o della Narrativa come forma di Retorica e non di Estetica (50 anni fa), seppure ben più vecchi di tanti miei lettori, ancora non sono stati recepiti da tutti.

Tutti noi, chi più e chi meno, siamo stati sottoposti per tutta la vita al bombardamento mediatico costante delle storie basate sull’intensificazione del conflitto. Però, per quanto improbabile, potrebbe esserci ancora qualcuno che potrebbe non aver compreso il modo in cui funziona il cosiddetto “grafico della tensione”, che è una conseguenza dell’intensificazione del conflitto (conflitto più grave, con più rischio, tensione maggiore). Per tutti loro, e come ripasso anche per chi conosce già la questione, consiglio questo vecchio articolo su Gamberi Fantasy:
http://fantasy.gamberi.org/2007/11/09/scrivere-aristotele-mosche-e-grafici/

Ogni manuale decente che ho letto che parli anche della trama finisce per trattare l’intensificazione del conflitto. Non si può parlare di trama senza parlare di questo. Tra le decine di manuali, come l’eccellente Scene & Structure di Bickham, che consiglio a chiunque mastichi un po’ di inglese, ho pescato per voi questa graziosa citazione da Conflict, Action and Suspense di William Noble:

ESCALATE, ESCALATE
A crucial part of any action or suspense writing is to keep the reader’s attention at a high level. The problem is that a constant dose of conflict will eventually cause the reader to yawn at the sameness of it all. It’s like the first time we eat caviar: exciting, delectable, all those happy sensations. But if we eat it the next day and the next and the next, for an entire month, the allure wanes, and pretty soon we’re screaming for something else. Anything!

It’s the same in story writing; we have to keep control of our action and suspense sequences so they don’t overwhelm the reader and turn exciting scenes into drab replays. Drama, of course, relies on conflict, but it should build or change rather than remain constant. Don’t, for example, begin with the most severe action sequence in the book. Don’t try to show the most riveting conflict in the earliest stages (although your first scene must be strong enough to hook the reader). Save the best for last. Build up to the severest action, the most riveting conflict.

In other words, escalate your conflict. Have the drama build to a natural climax. Otherwise, you risk running a race and leading for a while, only to find the other runners passing you on the backstretch and pulling farther and farther ahead. Drama must build; it cannot stay at a constant level.

Grassetti miei, nell’ordine:
— Il problema è che una dose costante di conflitto alla fine farà sbadigliare il lettore perché il tutto si somiglia troppo.
— Per esempio, non cominciare con la sequenza d’azione più forte del libro.
— Conserva il meglio per la fine. Costruisci a mano a mano fino alla scena d’azione più forte, col conflitto più affascinante.
— In altre parole, intensifica il conflitto.

Praticamente l’ABC della Narrativa basata su Storia e Personaggi (sempre benedetti siano i Neo Aristotelici della Scuola di Chicago).

Assieme alla centralità del Mostrato e all’idea che l’obiettivo nella Narrativa sia l’Immersione, potete usare anche questo concetto dell’Intensificazione per discriminare, nel leggere i pareri di un critico, di un recensore o di un altro “editor” che vi offre servizi a tariffe da cinese, se questi sa davvero qualcosa di Narratologia o se millanta solo competenze che, per mancanza di istruzione o per mancanza di comprensione, invece non ha. E sono tanti, nel democratico web, a parlare senza conoscere l’argomento, per cui attenti a chi date retta!

Prendete queste tre parole e scrivetele ogni volta, dopo la doccia, sulla condensa dello specchio: INTENSIFICA IL CONFLITTO.

Vi farà solo bene!

 

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